Prestazione e colonizzazione del desiderio

La società della prestazione e colonizzazione del desiderio

prestazione

Quella della prestazione è una società che spinge gli individui a una forsennata corsa verso il successo personale, sottoponendoli a un’incessante valutazione e auto-valutazione, i cui criteri di misurazione ultimi sono da ricercare nel principio della concorrenza e dell’accumulazione privata: la prestazione è, per assumere la questione dal nostro punto di vista, o meglio, sarebbe, la misura soggettiva della capacità a concorrere nell’arena agonica del mercato.

Gli effetti collaterali psicopatologici che l’affermarsi del principio di prestazione porta con sé: il senso di fallimento personale, la vergogna e la depressione sono le figure che meglio esprimono lo scacco delle soggettività quando queste sono portate a prendere la “performance” come loro unico criterio di misura, questa nuova realtà è l’esito di un lento processo di disgregazione e decomposizione che ha portato allo sfaldamento progressivo degli aggregati e degli statuti sociali che sorreggevano la traiettoria della “società salariale” e che ha finito per svuotare a tal punto la densità del campo relazionale ed istituzionale da investire tutte le aspettative e i desideri sull’Io e sul suo narcisismo (quello che qui viene definito come “Io-centrismo”). l’ordine manageriale è passato dal focalizzarsi sulle organizzazioni dell’impresa collettiva, ad un progressivo spostamento verso le dimensioni individuali, aprendo così a quella che loro stessi definiscono un’«economia psichica dell’Io»

Il merito principale de “La società della prestazione” è quello di forzarci a riflettere – o a riconsiderare – il neoliberalismo stesso più che come un insieme di prescrizioni in tema di politica economica, come un’impresa (innanzitutto) antropologica, ovvero caratterizzata da una sorta di doppio movimento di interiorizzazione e incorporazione di ciò che differisce, delle istanze di libertà ed autonomia, e della sua successiva traduzione in una figura umana conforme alla logica della concorrenza e dell’accumulazione privata. Quello della prestazione è dunque il dispositivo concreto che rende possibile questa complessa operazione.

Resta da capire, tuttavia, come la descrizione di questa nuova forma di società – con l’accento posto sul diffondersi pervasivo del principio di prestazione sulla vita dei soggetti – non contenga il rischio di riconsegnarci una concezione, per così dire, “totalitaria” del capitalismo contemporaneo: una visione cioè dove la razionalità neoliberale si presenta come un’istanza globalizzante e senza vie di scampo. Buona parte del pensiero critico contemporaneo, negli ultimi anni, sembra infatti attribuire al capitale una sorta di potere illimitato e assoluto sulla vita.

Conviene chiedersi fino a che punto la situazione che attualmente stiamo attraversando corrisponda o meno all’apogeo della società della prestazione, o ne registri piuttosto un suo punto – se non di esaurimento – almeno di limite. Il riallineamento neo-autoritario dei sistemi politici a livello globale, unito al ritorno in forze di dispositivi normativi coercitivi, fortemente invasivi sulle condotte dei poveri, delle donne, dei giovani e dei migranti, possono esser letti più che come l’espressione di un potere sulla vita ormai senza più misure e limiti, privo di ostacoli e resistenze, come invece la registrazione di un inceppamento interno allo stesso dispositivo prestazionale.

Li dove non arriva il desiderio, interviene la forza. Inoltre, laddove l’Io (centrico) smette di essere un supporto e un terminale affidabile per la riproduzione del modello dominante, non possiamo escludere che vengano mobilitate a suo sostegno le (micro) comunità e le piccole patrie, in un circolo perverso di chiusure societarie più che individualistiche.

È possibile che ciò che verrà “dopo” la società della prestazione, non sia affatto auspicabile. Quello che si può dire, per ora, è che dobbiamo provare a riconoscere i segni e le tensioni che internamente la animano già. È il prezzo che dobbiamo pagare per poter riaprire, di nuovo, il “gioco” della soggettivazione.

Appare evidente l’assoluta assenza di considerazione per gli esseri umani, per voi “prediletti o illuminati” sono soltanto carne da macello, esseri non pensanti (tante piccole pecorelle dolly) senz’anima e quindi senza coscienza, da sfruttare nei migliori dei modi a vostro esclusivo uso e consumo.

Il riallineamento neo-autoritario (un tempo si chiamava semplicemente Dittatura) dei sistemi politici a livello globale, unito al ritorno in forze di dispositivi normativi coercitivi, fortemente invasivi sulle condotte degli umani… (In pratica è l’evoluzione del colonialismo e schiavitù del tempo che fu) … ecco! Se ancora pensate che la globalizzazione sia stata propagandata per anni e volutamente imposta per il bene dell’umanità… beh! Eccovi serviti!… vi attendono, chissà quanti decenni di sofferenze con dei sistemi politici totalitari e coercitivi dal potere illimitato e assoluto sulla vita di tutti, con l’illusione effimera che il vostro “IO” sia libero… invece che schiavo del principio di prestazione.

Ci raccontano che le tre figure per “resistere” alla società della prestazione sono: Misura, Desiderio e Arte

Misura
Le modalità attraverso cui si va delineando la società della prestazione ci parlano di un paradosso: essa si manifesta attraverso la dismisura del mercato dinanzi a tutte le altre forme di organizzazione sociale e istituzionale, nonché sulle forme di produzione e taratura degli attori sociali che vuole forgiare, ma al contempo la sua razionalità si avvale di strumenti e di standard di misurazione, principalmente quantitativi, da applicare ovunque. Dismisura e misurazione, però, non sono sinonimi del portato significante della parola misura, ovvero non sono una nuova dimensione regolativa in grado di contenere la dismisura e di fornire, al contempo, strumenti di restituzione, sia nei termini di nuovi diritti, sia nei termini di una riappropriazione del desiderio e della vita al di là della prestazione. Se nelle società costruite attorno al fordismo la misura era il welfare attraverso l’erogazione dei diritti sociali, se nelle società del rischio la misura auspicata consisteva nel ripensare nuovi standard di sicurezza, la società della prestazione tende a collocarsi in un vuoto di misura e in un pieno di misurazioni (Giardini, 2016) (…).

Ri-significare la misura oggi potrebbe condurci nella direzione di riaprire su un’idea di giustizia e di giudizio al di là dei diritti positivi; di considerare centrale la dimensione del corpo così come si vuole forgiare attraverso i dispositivi della prestazione, anche a partire dalle forme manifeste della sintomatologia che mostra; di ripensare la cura di sé e degli altri, nonché il legame sociale, come condotte di resistenza «in vista della guarigione».

Altrove, ad esempio, avevamo posto la questione del come ripensare oggi la misura attraverso la giustizia sociale al di là del mero paradigma del riconoscimento delle differenze di genere, colore, orientamento sessuale e del classico paradigma legato al principio di eguaglianza su base redistributiva sostenendo la tesi secondo cui oggi ogni pratica di conflitto o di resistenza andrebbe collocata su base «restitutiva» proprio in virtù dell’onnipervasività del mercato e del principio selettivo e di distinzione basato sull’inclusione differenziale, nonché in virtù delle forme di accumulazione capitalistica contemporanee (Simone, 2016).

Per «restituzione» si possono intendere tante cose, sia sotto il profilo materiale e monetario, sia sotto il profilo della necessità di ricostruire una trama affettiva e sociale, non monetizzabile, in grado di generare nuove forme di solidarietà informale e nuove misure del vivere in comune oltre l’io-centrismo e i processi di individualizzazione. Il reddito di base, ad esempio, è uno strumento restitutivo che non sostituisce, né può essere paragonabile ai vecchi diritti sociali su base distributiva perché si colloca all’interno di un ragionamento sulle nuove forme di regolazione della società della prestazione che si danno al di là del lavoro e della cittadinanza, ovvero dei due status che hanno caratterizzato la cultura dei diritti sociali nel Novecento (Bin Italia, 2016). (…)

Desiderio
Il desiderio non è solo una energetica, è un campo di battaglia, un fronte, dove si gioca la partita della società che viene. (…) La società della prestazione, in fondo, non è altro che un paradigma fondato sullo sfruttamento del desiderio. Un modo di trattare, condurre il desiderio e di renderlo commerciabile. (…)
La psicoanalisi, ma non solo, ha da qualche anno incominciato a mostrare come le patologie del contemporaneo siano in sostanza patologie del desiderio. Certo è che le psicopatie che si diffondono «nell’era connettiva non sono in alcun modo comprensibili dal punto di vista del paradigma repressivo e disciplinare.

Non si tratta infatti di patologie della rimozione, ma si tratta di patologie del just do it» (Berardi, 2016). In altre parole di tratta di tradurre il desiderio dentro uno spazio di riconoscibilità caratterizzato dalla contabilità e dalla commerciabilità del suo maniacale godimento. Desiderare, per la società della prestazione, deve poter significare non assumere mai scarti, non incepparsi mai, non sbagliare il proprio agire performativo orientato al successo, una sorta di desiderio de-erotizzato perché privo di spazi vuoti, tempi di pensiero, sguardo, tatto, connessione gratuita con il proprio sentire. (…)

Lacan, in un suo celebre seminario tenuto tra il 1972 e il 1973 ci dice che solo l’incontro del godimento con il desiderio può produrre amore, ovvero quel segno incontrovertibile di un’immaginazione del corpo che chiede Ancora (Lacan, 1975). Il simbolico è ciò che permette di articolare desiderio e godimento, di non mettere l’uno contro l’altro. Il simbolico definisce lo spazio tensivo della relazione sociale, lo spazio politico dell’individuo sociale.

Il limite che il simbolico pone come irrinunciabile per la fondazione della società diventa allora non un vincolo meramente interdittorio, ma un punto per lo sviluppo della potenza dei corpi. Il godimento assoluto è infatti mortifero e mortificante perché non vuole riconoscere l’esperienza del limite, della relazione inevitabile con l’altro da sé. Il desiderio interpreta invece questo limite, lo sa riconoscere, ma rischia a sua volta di degenerare nevroticamente in una vocazione sacrificale, di porre il soggetto al servizio del desiderio dell’Altro. (…).

«Solo l’amore permette al godimento di accondiscendere al godimento» scrive Lacan nel seminario X, l’amore è infatti un nodo che unisce il desiderio al godimento e questo nodo è una possibilità della sublimazione. (…)
L’amore come base della relazione è allora per noi il rilancio del desiderio, ovvero la fuoriuscita dalle dimensioni schizofreniche delle relazioni senza rapporto e dei rapporti senza relazioni. (…)

Arte
La scommessa è allora quella di aprire un cantiere sociale per la costruzione di un nuovo spazio simbolico del non-Tutto. Uno spazio simbolico che abbia la vocazione a (il desiderio di) non portare a compimento. Il concetto di performance, al contrario, ha proprio questo significato etimologico: par fournir, completare; la misurazione è un modo del compimento.

Ciò che dovrebbe essere mobilitato è, invece, un pensiero che da un lato rinunci al simbolico come ordine, fondato sulla verticalità dell’ideale e sull’Uno dell’eccezione che governa l’insieme, e dall’altro rinunci a un progetto di inciviltà, tutto orizzontale, basato su di un cinico e narcisistico godimento generalizzato, inteso come nuovo paradiso realizzato della io-crazia. (…) Il non-Tutto di cui dicevamo poc’anzi è esattamente quello spazio che permette l’articolazione tra il già saputo e l’ancora da sapere.

Ogni invenzione si situa nell’articolazione di questa tensione che non può mai essere chiusa. L’arte e l’amore rispetto a questa invenzione possibile hanno un vantaggio straordinario: esse sono in grado di mettere intimamente in connessione la solitudine del soggetto (la sua differenza assoluta) e il nostro vivere in comune, di far collassare l’una nell’altro (…).
Lo spazio che si crea tra il soggetto e il reale è lo spazio su cui insiste l’arte; l’invenzione. L’arte è una invenzione, un atto che muove senza garanzie e a partire dalla contingenza assoluta dell’aperto che lo interroga. (…)

Sì, in un modo o nell’altro ci vedo comunque una manipolazione da un’ideologia all’altra, mentre invece io credo nell’uomo libero, autosufficiente, creativo, che sa vivere in simbiosi con la natura, consapevole di sé del suo “IO” e della sua coscienza e non ha bisogno di nessun “illuminato” dal pensiero unico per vivere felice.

In realtà nessun “Illuminato” vuole entrare nel vero problema che assilla il nostro globo (Forse perché non è gradito ai poteri del nuovo ordine mondiale) e alla sua soluzione. Provate ad immaginare un mondo con 800/900.000.000 di esseri umani distribuiti su tutto il pianeta (in Italia 1.200.000) Avete presente il paradiso terrestre… beh! questo sarebbe il mondo. (ma… e le multinazionali? e le lobby finanziarie? e i poveri “Illuminati”?… ecco! Appunto!!! In un colpo solo risolveremmo ogni nostro problema).

Prendete conoscenza di voi stessi e non permettete a nessuno di considerarvi un gregge di pecorelle smarrite, perché non lo siete e diffidate, sempre, del pensiero unico… chi vuole farvi credere di possederlo è un impostore. (LV)

Per chi vuole approfondire l’argomento – Oltre il principio di prestazione di Alberto De Nicola – DINAMOPRESS è un progetto di informazione indipendente.

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